Si avvicina il Natale e già stiamo pensando a come faremo quest’anno il presepe.
Un angolo della casa si trasformerà in Betlemme e Gesù Bambino rinascerà nella grotta.
Era il giorno di Natale del 2007 e mi trovavo davanti al presepe quando iniziò a farsi strada - nei miei pensieri e nel mio cuore – l’idea di rispondere “si” a un amico missionario, don Daniele Varoli, che chiedeva di andare ad aiutarlo nella sua parrocchia sulle Ande.
Nei mesi successivi maturò la decisione: in Perù ero già stato 2 mesi nel 2006, questa volta sarei partito per un anno.
E così è stato: ho lasciato l’Italia il 20 ottobre 2008 per tornare il 29 ottobre di quest’anno.
Un periodo intenso ricco di esperienze vissute e persone conosciute. Quivilla, il paese in cui ho vissuto per la maggior parte del tempo, è un villaggio di 800 abitanti a 2900 metri d’altezza.
Sorge sulla riva destra del fiume Maranon , in una valle aperta e ricca di vegetazione. Sullo sfondo, montagne rocciose dal caratteristico colore tendente al rosso.
Quivilla è il piccolo nucleo di una grande parrocchia che comprende decine e decine di villaggi, la maggior parte dei quali non raggiunti da strade ma soltanto da sentieri e mulattiere.
Paesi anche diversi tra loro: nella stessa parrocchia sono infatti compresi differenti ambienti naturali: la “sierra”, (montagna intorno ai 3000 metri dove il clima è temperato ed è possibile la coltivazione di vari prodotti agricoli); la “puna” ( dai 3600 metri in su: fa freddo e si coltivano solo le patate) e la “selva” ( dai 1800 metri in giù, il clima è caldo e umido: è la foresta equatoriale).
Don Daniele è il parroco di questa parrocchia così grande e non gli è facile portare in tutti i villaggi la sua parola e azione di Pastore.
Ma con determinazione e fiducia nel Signore è riuscito in questi anni a dar vita a diverse attività.
Tra queste la cooperativa “Don Bosco”, che da lavoro a 35 ragazzi - falegnami e intagliatori – impegnati nella produzione di mobili, pannelli e oggettistica in stile andino, e la cooperativa femminile “Maria Auxiliadora”, specializzata nella produzione di tessuti, ricami, tappeti.
Attività che consentono a tanti ragazzi che ne sarebbero privi di avere un lavoro.
Queste opere sono seguite da una coppia di volontari dell’Operazione Mato Grosso, Beppe e Nadia, che con la loro bimba Sofia sono in Perù da 3 anni per dedicarsi in forma totalmente gratuita all’elevazione sociale e morale di tante persone.
Dove è possibile l’intervento della Parrocchia si estende anche ad opere sociali quali la costruzione di acquedotti e locali scolastici, mentre coi viveri che provengono dall’Italia si riesce a soddisfare un bisogno primario, quello dell’alimentazione, in una situazione che vede le fasce più deboli della popolazione ancora esposte al rischio della fame.
Agricoltura e pastorizia sono l’occupazione principale di questa gente.
L’apporto tecnologico è inesistente…sembra di tornare indietro nel tempo, con buoi e cavalli al posto dei trattori.
La scuola è presente ma spesso abdica a un ruolo educativo che nemmeno la famiglia è in grado di ricoprire.
Per questo l’opera più importante della parrocchia è l’oratorio: un ambiente dove il ragazzo è invitato a crescere con lo sguardo rivolto a Dio e al prossimo.
L’oratorio è il luogo dell’allegria, dove giocare e divertirsi insieme; è il cuore della carità, dove si apprende a donare il proprio tempo per aiutare “i più poveri tra i poveri”; è il centro della vita parrocchiale e cristiana della comunità.
Ed è stato soprattutto il settore dell’educazione dei bambini a vedermi impegnato a fianco di don Daniele. Tanti i volti e i nomi che vengono alla mente.
Tra le esperienze più belle che ho vissuto c’è sicuramente la preparazione alla Prima Comunione in due piccoli villaggi a 3800 e 4000 metri d’altezza: vi partecipavano una cinquantina di bambini tra gli 8 e i 12 anni.
Momenti di catechesi e di gioco in un ambiente che ricordava davvero il presepe: le case di terra coi tetti di paglia, i prati con capre e pecore al pascolo. Il silenzio quasi surreale di un ambiente dove le automobili non possono arrivare.
Si avvicina il Natale e si fa vivo il ricordo di quello scorso vissuto in Perù. Il regalo che i bambini ricevono dalla parrocchia è anche l’unico che hanno: un panettone, un chilo di farina e uno di zucchero e un Gesù Bambino di gesso…
E’ tanta la felicità che traspare dai loro occhi e dai loro sorrisi.
“E’ Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano…”, così inizia uno dei tanti messaggi che Madre Teresa ha lasciato all’umanità. Riscoprire e vivere ogni giorno questo messaggio è l’impegno che credo in tanti sentiamo urgente per costruire intorno a noi quel mondo “più fraterno e più umano” che tanto desideriamo e per accogliere in noi il Bambino di Betlemme che da un senso così bello e così grande alla nostra vita…

Francesco Garis, da "La Grande Famiglia" - Dicembre 2009